Il benchmark nella valutazione dell’andamento degli investimenti finanziari

Il benchmark è un indice di riferimento rappresentativo composto da un paniere predefinito. Il benchmark viene utilizzato come punto di riferimento di un determinato investimento finanziario al fine di avere un’idea orientativa del tipo di investimento che si fa o della politica di investimento di una specifica linea di gestione tenuta dalla società di gestione e di effettuare successivamente una valutazione di performance – outperformance o underperformance.

I vari strumenti del risparmio gestito ed in particolare i fondi comuni di investimentoapplicano un criterio di benchmark anche per i motivi elencati. Il benchmark è senza dubbio un ottimo elemento valutativo di un investimento soprattutto se associato ad altri indicatori che tendono ad analizzare come e con quali rischi si è riusciti ad ottenere un risultato positivo o negativo.

L’importanza dell’indicatore benchmark è così riconosciuta che dal 1′ luglio 2004 su indicazione della CONSOB. Il benchmark di riferimento di un investimento è obbligatorio inserirlo in ogni prospetto informativo che accompagna l’offerta di un fondo comune di investimento, salvo casi particolari – fondi flessibili (ovvero fondi non omogeneamente paragonabili) -: ad ogni modo è sempre opportuno per chiarezza riportare un benchmark di riferimento. Il benchmark deve essere attendibile e in linea con gli investimenti effettivamente effettuati dal fondo comune. Se il fondo comune investe in obbligazioni non potrà mettere un benchmark di carattere azionario esempio “comit” o o “SPMIB” e viceversa. Il benchmark deve essere attinente e correlato con l’investimento realmente effettuato. Solo così infatti l’investitore potrà trarre alcune conclusioni utili per il proprio investimento.

Le Gestioni individuali: nel 2005 si è chiarito che il contratto di gestione individuale come una gestione patrimoniale – gpm – ad esempio può omettere benchmark. Tuttavia nella pratica il benchmark viene inserito e può essere un riferimento anche per calcolare le eventuali commissioni di performance.

Il contratto di una gestione patrimoniale individuale cosiddetta flessibile può indicare, al posto del benchmark – parametro oggettivo di riferimento – un indicatore del livello di rischio massimo che l’investitore è disposto a sopportare.
Le informazioni sulla natura, i rischi e il servizio che si rende come gestione individuale del portafoglio vanno sempre indicati al fine di aderire ai principi di trasparenza, chiarezza e correttezza che il rapporto di gestione individuale comporta. Il contratto quindi deve indicare tra gli elementi essenziali ogni elemento utile per comrpendere adeguatamente le caratteristiche della gestione e il parametro oggettivo di riferimento.

Il benchmark deve essere composto da indicatori finanziari elaborati e costruiti da terzi soggetti e di comune utilizzo al fine di potere effettuare confronti e studi su questi indici. Il benchmark deve essere adeguato, attinente e coerente con i rischi della gestione individuale al fine di mettere l’investitore nelle condizioni di comprendere il grado e il profilo di rischio/rendimento del prodotto offerto nonchè la possibilità di giudicare in forma oggettiva il risultato effettivo conseguito dal gestore in base anche alla performance della gestione uguale, inferiore o superiore del benchmark.

È bene ricordare che il benchmark è un buon elemento valutativo di un investimento in quanto rapporta l’effettivo risultato dell’investimento effettuato con investimenti simili di simile natura e composizione. Esistono vari tipi di analisi della bontà della gestione dell’investimento e/o del gestore.

Soffermandosi sul benchmark occorre notare che la sua funzione emerge se l’attività del gestore è incentrata su una strategia di investimento predefinita di asset allocation. Ciò rende infatti la valutazione del benchmark efficace in quanto si svolge su un metodo valutativo di un investimento omogeneo.

Durante la gestione di un portafoglio la sua composizione patrimoniale ed eventualmente la politica di investimento può variare frequentemente ed in maniera significativa mediante l’utilizzo di strumenti finanziari o tipo di investimento: l’utilizzo di derivati o un cambio di mercati o segmenti di settori industriali può fare variare continuamente il tipo di rischio, strategia, ed altro. Ciò viene fatto generalmente al fine di massimizzare i guadagni o di ridurre le perdite o comunque per affrontare in maniera che si ritiene adeguata, l’andamento del mercato e da eventuali fattori economici o geopolitici dal quale il mercato finanziario in certi momenti potrebbe esserne influenzato.

Nelle gestioni flessibili o basate su un asset allocation stile “tattico” si può verificare parte di quanto appena esposto e pertanto il grado di rischio del portafoglio può variare in continuazione. Dovendo dare sempre un’adeguata informativa contrattuale trasparente, chiara, corretta all’investitore è pertanto opportuno considerare insieme al benchmark anche un indicatore del livello di rischio del patrimonio gestito in funzione della volatilità dei rendimenti del portafoglio gestito mettendo in risalto la massima perdita potenziale del portafoglio stimata ed ipotizzata in un determinato periodo di tempo con un livello di probabilità predefinito.

L’investitore deve avere sempre la massima chiarezza, trasparenza, correttezza riguardo il prospetto informativo e il grado di rischio generale e massimo che l’investimento può avere facendo riflettere e comprendere bene la massima perdita potenziale che l’investimento può generare. Pertanto il contratto con l’investitore deve riportare al posto del benchmark – quando è previsto che il benchmark non può essere adeguatamente applicato per i motivi appena esposti – un indicatore del livello di rischio del patrimonio gestito e, seguendo i principi di trasparenza, chiarezza e correttezza, devono essere illustrate con chiarezza le situazioni che non consentono l’indicazione di un benchmark di riferimento adeguatamente rappresentativo e il parametro di rischio effettivamente individuato.

La comprensione del benchmark di riferimento e la sua composizione sono elementi essenziali per potere verificare costantemente gli scostamenti positivi e/o negativi rispetto al benchmark di riferimento oltre alla possibilità di calcolare l’eventuale commissione di performance.

IL BENCHMARK sintetizza l’andamento dei mercati in cui il fondo investe. Il gestore è obbligato per legge ad indicare periodicamente il comportamento di un fondo rispetto a quello di un altro investimento che rifletta l’andamento generale del mercato. Il benchmark di un fondo viene indicato nel suo prospetto informativo. Esso è l'”avversario” contro cui il fondo misura la sua forza.

Il ruolo del benchmark è duplice: 
ex-ante serve come punto di riferimento per l’indicazione delle strategie 
ex-post permette di giudicare la performance del portafoglio tramite un confronto con la performance del benchmark stesso.

ESEMPI DI BENCHMARK

I benchmark possono basarsi sulla stessa capitalizzazione del mercato, o possono basarsi su un numero di titoli selezionati per liquidità.

Ad esempio, l’Indice Comit – azioni italiane – è un indice che si basa sull’intera capitalizzazione del mercato, così come l’Indice Bankitalia – titoli di Stato -. L’Indice SPMIB – azioni italiane – e l’Indice Credit-Goldman Sachs – titoli di Stato -, si basano invece su un numero di titoli scelti per liquidità.

Volendo fare alcuni esempi, un fondo obbligazionario italiano, potrà confrontare il suo rendimento con l’andamento dei titoli di stato nello stesso periodo – BTP Banca d’Italia -, mentre il rendimento di un fondo azionario Italia dovrà confrontarsi con l’incremento dell’indice di Piazza Affari – SPMIB – nello stesso periodo.

Le SGR possono ricorrere a benchmark, derivanti dall’aggregazione di più indici in modo che l’indice risultante sia il più vicino possibile alla natura ed alla politica di investimento del loro fondo.

Non possono essere utilizzati come benchmark: gli indici di categoria dei fondi comuni come gli indici Fideuram o Prime, gli indici Istat e percentuali di rendimento predefinite.

Un’attenta analisi dei risultati confrontati con il benchmark può aiutare a conoscere la politica di gestione del fondo – quale tipo di investimenti e di rischi prevede il gestore -, valutare i risultati del gestore e permette di individuare il fondo giusto per le esigenze di investimento del cliente. In questa ottica il benchmark è segno di maggiore trasparenza e chiarezza di rapporti fra: gestore, consulente del cliente e cliente stesso. Questo strumento si rivela quindi uno strumento essenziale per chi ha la responsabilità della vendita e del rapporto con il cliente – agenzia di banca o promotore finanziario -.

GESTIONE E BENCHMARK

Per ciò che concerne l’uso del benchmark nelle gestioni dei fondi o patrimoni, sono possibili due approcci:

la Gestione Passiva o Indicizzata vede il gestore impegnato a costruire portafogli in grado di replicare esattamente i risultati dei benchmark. La gestione passiva si basa su un presupposto: battere il benchmark è molto difficile e poco importante – perchè il risultato del benchmark è già di per sè la garanzia di aver ottenuto il mix desiderato di rischio/rendimento -;

con la Gestione Attiva il gestore tenta di ottenere risultati superiori a quelli del benchmark, con il rischio di performance inferiori. Chi segue questa strategia è certo che investendo in ricerca, tecnologie e professionalità si creino i presupposti concreti per ottenere risultati mediamente superiori a quelli del mercato. In particolare, le aree nelle quali una gestione attiva può dare risultati positivi sono l’asset allocation – strategia finanziaria -, la country allocation – selezione dei Paesi -, la stock selection – selezione dei titoli -.

È chiaro che nel primo caso ci troveremo di fronte a obiettivi di rendimento più moderati ma con una gestione anche meno rischiosa e meno volatile. Nel secondo caso si tratta di una gestione più aggressiva e spregiudicata con la possibilità di rendimenti e perdite anche più elevate.

Per valutare correttamente la bravura del gestore dobbiamo rapportare il rendimento da lui raggiunto, con la variazione del suo benchmark al netto della tassazione fiscale per tenere conto del prelievo fiscale esercitato sul fondo considerato.

Attenzione: alcune società utilizzano anche altri benchmark per calcolare la commissione da prelevare sull’eccedenza di rendimento rispetto ad essi (commissioni di performance) e, se sono troppo facili da battere, come a volte possono essere ad esempio quelli basati sul tasso d’inflazione, le performances del fondo risulteranno fuorvianti e il benchmarck non offrirà quell’importante utilità che di solito offre per contribuire a valutare la bontà dei risultati ottenuti.

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